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Sire Coop #restiamoacasa

Cari amici,

le attività della cooperativa sono naturalmente sospese in questo periodo di emergenza. Siamo vicini a tutti coloro che stanno vivendo momenti di difficoltà, invitandoli a resistere e a non farsi abbattere.In questo periodo, tenere le distanze è il segno della cura e del rispetto che abbiamo per gli altri.

Ecco la sezione dove pubblicheremo periodicamente dei post per farvi e farci un po’ di compagnia con racconti sulle meraviglie della Campania, cominciando da giovedì 12 marzo.

Ci auguriamo che, grazie alla collaborazione di tutti, questo periodo finisca al più presto così da poter godere di nuovo delle bellezze della nostra regione e dell’Italia intera.

 


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Giovedì 11 marzo 

Per  restare a casa con l’arte oggi parliamo di uno dei capolavori del Rinascimento, la Danae di Tiziano, conservata al Museo Nazionale di Capodimonte.

L’opera racconta della figlia di Acrisio, re di Argo, al quale era stata profetizzata la morte per mano di un nipote. Per evitare che la sua unica figlia procreasse, egli la rinchiuse in una torre di bronzo. Ma la bellezza della ragazza sedusse Zeus che, sotto forma di pioggia d’oro, riuscì a congiungersi con lei. Dalla loro unione nacque Perseo.

Il mito viene rappresentato da Tiziano con una grazia ricca di seduzione, attraverso pennellate morbide e rapide che creano una luce dorata ed una atmosfera rarefatta. Danae è sdraiata sul letto nuda, tra le lenzuola sgualcite, in stato di completo abbandono. Indossa solo un prezioso bracciale e degli orecchini di perla, il volto è sorridente e rivolto verso l’alto, a guardare la nube che si materializza in forma di monete, alla presenza di Cupido.

L’opera fu realizzata nel 1545, commissionata dal cardinale Alessandro Farnese per le sue stanze private. Tiziano la iniziò a Venezia e la completò in Vaticano. Qui Michelangelo ebbe la possibilità di vederla, lodandone il “colorito”. La modella alla quale si ispirò l’artista fu probabilmente Angela, cortigiana di palazzo Farnese ed amante di Alessandro, rappresentata anche in altre opere destinate al cardinale.

Il dipinto confluì poi nella collezione Farnese, la raccolta di arte e antichità che Carlo di Borbone ereditò dalla madre Elisabetta. Insieme a molti altri capolavori del Museo, fu trafugata dai nazisti durante la seconda guerra mondiale e ritrovata poi in una miniera di Salisburgo.

#restiamoacasa #sirecoop #tiziano #capodimonte #sirecoop


era de maggio

domenica 15 marzo

Per restare a casa con l’arte oggi parliamo di una delle sculture conservate nella Sala Carlo V, al I piano del Museo civico di Castel Nuovo – Maschio Angioino, e che fa parte della collezione di Francesco Jerace, il grande scultore di origine calabrese vissuto a Napoli tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento.

Il grande artista, tra le sue innumerevoli opere, scolpì anche molti busti femminili, nei quali la tradizione realista napoletana si mescolava con reminiscenze della scultura classica italiana del Cinquecento e del Seicento.

Tra queste opere una delle più coinvolgenti appare quella denominata Era de maggio, la cui creazione risale al 1886, con la realizzazione del modello in terracotta nel suo studio napoletano di via Crispi.  Qui, mentre il maestro era intento a plasmare la creta, la modella che stava posando viene colpita dalle note della canzone tratta dalla poesia di Salvatore Di Giacomo “Era de maggio”, musicata dal maestro Costa,  un vero e proprio successo del momento.

Come ci racconta la studiosa e critica Isabella Valente, che riporta un racconto del genero di Francesco Jerace, “la donna che posava soggiacque all’incanto soffuso nell’intimità dello studio: l’ampia vetrata rifletteva la luminosità del giardino, l’abbagliava, lei socchiuse gli occhi, le labbra si schiusero al sorriso, reclinando languidamente all’indietro la testa con la fluente capigliatura ondulata e le mani del Maestro divennero frementi nella modellazione…”

Successivamente, dal calco del modello, furono realizzate due sculture di cui una è quella conservata oggi all’interno del Maschio Angioino.  

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SanGreg 1

mercoledì 18 marzo

Per stare a casa con l’arte oggi ci dedichiamo ai pittori fiamminghi del XVI secolo e, in particolare, a Teodoro d’Errico e al soffitto cassettonato della chiesa di San Gregorio Armeno, così chiamata perché dedicata al santo evangelizzatore dell’Armenia, ma nota ai napoletani anche come chiesa di Santa Patrizia, in quanto sono qui custodite le reliquie della santa e, soprattutto, il suo sangue, che si liquefa addirittura una volta a settimana, ogni martedì!

Già all’inizio del Cinquecento il “viaggio in Italia” era un momento fondamentale nella formazione dei pittori fiamminghi, per la loro crescita culturale ed artistica.

Una nuova ondata migratoria di artisti dai Pesi Bassi ci fu però in seguito alle tensioni religiose successive alla strage effettuata dalla fazione cattolica ai danni degli ugonotti a Parigi nella notte di San Bartolomeo, tra il 23 e il 24 agosto del 1572, definita “il peggiore dei massacri religiosi del secolo”.

Dirk Hendricksz, nato nelle Fiandre attorno al 1542 e disceso a Roma già verso il 1568, arriverà a Napoli intorno al 1573, diventando per più di trent’anni uno dei più importanti artisti operanti nel vicereame spagnolo, specializzandosi sia nella realizzazione di piccoli quadretti devozionali sia, soprattutto, nelle grandi cone per gli altari delle tante chiese e congreghe esistenti. Teodoro d’Errico sarà il nome, più semplice e pronunciabile, che gli assegneranno i napoletani.

Il soffitto ligneo di San Gregorio Armeno fu commissionato all’artista intorno al 1580: le benedettine lo concepirono come un vero e proprio strumento di esaltazione della potenza, ricchezza e magnificenza del monastero, finalizzato a celebrare tutte le reliquie possedute, presentate attraverso i santi cui si collegavano. Il soffitto è suddiviso in quattro settori dedicati al Battista, a San Gregorio Armeno, a San Benedetto e ai Santi Pantaleone, Biagio, Stefano e Lorenzo. Ciascuno di essi ha un riquadro rettangolare e ai quattro angoli quattro ovali con storie correlate, inquadrati da due coppie di angeli.

Si tratta della prima impresa di questo genere e sicuramente la più riuscita di sofisticato soffitto reliquario, in cui le parti dipinte, realizzate perlopiù da Teodoro d’Errico che fu comunque supervisore dell’opera, coesistono armonicamente con la carpenteria lignea intagliata e dorata, realizzata con molta probabilità dal napoletano Giovanni Andrea Magliulo. Sicuramente accanto al fiammingo lavorarono altri artisti, sia nordici che meridionali, entrati nella sua fiorente bottega, che tanto rimasero influenzati dalla sua maniera.

#restiamoacasa #napoli #sangregorioarmeno #fiamminghi  #sirecoop


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mercoledì 25 marzo

Il 25 Marzo è la data che gli studiosi individuano come inizio del viaggio ultraterreno della Divina Commedia: per questo oggi, per la prima volta, si celebra il Dantedì, la giornata dedicata a Dante Alighieri, simbolo della cultura e della lingua italiana.

Ricordarlo insieme sarà un modo per unire ancora di più il Paese in questo momento difficile. Le celebrazioni, seppur a distanza, si articolano lungo tutta la giornata sui social, con pillole, letture in streaming, performance dedicate a Dante. L’iniziativa è del Governo, il Ministero dell’Istruzione ha invitato docenti e studenti a farlo durante le lezioni a distanza, ma la richiesta è rivolta a ciascun cittadino.

La cooperativa SIRE vi parla perciò di Largo Mercatello, oggi piazza Dante, slargo esterno alle mura della città destinato in passato ad ospitare mercati, fiere e spettacoli.

Collegamento con l’interno fu – a partire dal 1624 – Port’Alba, voluta dal vicerè Antonio Alvarez de Toledo, duca d’Alba, per rendere ufficiale un “pertuso”, cioè un’apertura che coloro che abitavano fuori le mura avevano realizzato per entrare più velocemente in città. La porta era chiamata anche porta Sciuscella, a causa del rumore provocato dalle foglie degli alberi di carrubo presenti nel Largo durante le giornate di vento.

La conformazione della piazza muta nel 1757, con la realizzazione, su progetto del Vanvitelli, del Foro Carolino, monumento celebrativo di Carlo di Borbone: l’edificio, con le due caratteristiche ali ricurve, vede in alto la presenza di ventisei statue rappresentanti le virtù reali, realizzate da diversi artisti tra cui Giuseppe Sanmartino, e al centro una nicchia che avrebbe dovuto ospitare una statua equestre del sovrano, mai realizzata. Dal 1843 la nicchia costituisce l’ingresso al Convitto dei gesuiti, divenuto nel 1861 Convitto nazionale Vittorio Emanuele II, ospitato nei locali dell’antico convento di San Sebastiano.

La piazza a partire dal 1871 ospita la statua di Dante Alighieri, realizzata dallo scultore Tito Angelini. I fondi per la sua costruzione furono frutto di donazione popolare, alla quale partecipò anche Vittorio Emanuele II con l’ingente somma di duemila lire! Tito Angelini, figlio d’arte, a Napoli fu insegnante di scultura e direttore della Scuola di disegno. E’ autore anche di altre importanti opere ottocentesche presenti a Napoli. Tra le più famose, il sepolcro della seconda moglie di Ferdinando di Borbone, Lucia Migliaccio, nella chiesa di San Ferdinando, il monumento a Paolo Imbriani a piazza Mazzini,  i busti di Carlo Filangieri e Agata Moncada dei principi Paternò presso il Museo Civico Gaetano Filangieri, commissionati allo scultore dal figlio – ed ideatore del Museo – Gaetano Filangieri.

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domenica 29 marzo

#Artyouready: anche la cooperativa SIRE aderisce al flash mob digitale del patrimonio culturale italiano organizzato dal Mibact! Da stamattina su tutte le piattaforme vengono pubblicate foto dei siti culturali italiani, per ricordare che il patrimonio culturale, sebbene momentaneamente chiuso al pubblico, è vivo e rappresenta l’anima pulsante della nostra identità.

Approfittando dell’occasione, oggi vi parliamo di una delle sezioni più affascinanti del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, quella dedicata ai mosaici: essa costituisce una delle più ricche collezioni musive esistenti.

La sezione contempla una serie di raffinati quadretti pavimentali a mosaico provenienti da diversi siti archeologici dell’area vesuviana, alcuni estremamente celebri come il cane alla catena, il “memento mori”, la “fattucchiera”, ma anche mosaici usati per rivestire colonne, ninfei e strutture architettoniche delle ricche domus rinvenute.

Un’intera sala è dedicata ai raffinati mosaici provenienti dalla Casa del Fauno, scoperta a Pompei negli anni Trenta dell’Ottocento. La domus era tra le più vaste della città, in quanto occupa per intero una insula della Regio VI.  Deve il suo nome ad una statua in bronzo, raffigurante un satiro, posta sul bordo dell’impluvium dell’atrio.

Addentrandosi nella pars pubblica della domus, il visitatore del I d.C. avrebbe attraversato prima l’atrio, poi il grande peristilio per poi giungere ad un’esedra, un grande salone che costituiva la parte più rappresentativa della casa e che, come decorazione pavimentale, aveva la celebre Battaglia di Isso, oggi esposta in copia, mentre l’originale è al Museo. La scena rappresenta la battaglia che si svolse nel 333 a. C. tra Alessandro e Dario III di Persia. Il mosaico è probabilmente una copia del I a.C. di un originale dipinto in Macedonia da Filosseno di Eretria, poi andato perso.

Lungo quasi 6 metri ed alto 3 metri, si stima sia composto da un numero di tesserine che oscilla da una milione e mezzo a tre milioni: in un centimetro quadrato ci sono tra le 15 e le 30 tessere, di dimensioni che variano da 1 a 4 mm: di forme e colori diverse, secondo la tecnica di opus vermiculatum, sono disposte in maniera asimmetrica, seguendo il contorno delle immagini, in modo da dare grandi effetti di chiaroscuro, sfumature e profondità.

L’equipe di mosaicisti impiegati in loco per la realizzazione dell’opera, che probabilmente impiegarono anni a terminarla, rappresentarono il momento in cui l’esercito macedone, vittorioso, mette in fuga Dario, riconoscibile dal tipico copricapo persiano mentre, sul carro trainato da un nocchiero, con un gesto di disperazione, assiste alla morte di quello che probabilmente era un suo nobile soldato, trafitto dalla lancia di Alessandro. Il sovrano macedone occupa la parte sinistra della scena ed è rappresentato in sella al suo fido cavallo Bucefalo.

Impressionante la capacità di rappresentare anche i minimi particolari attraverso le piccole tessere di mosaico: tra i dettagli più sorprendenti emerge, in basso a destra, un soldato caduto, di spalle, del quale riusciamo però a vedere il volto in quanto si riflette nello scudo che ancora regge tra le mani.

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